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26 agosto 2020 | GSAM Connect

Non esiste più l’altruismo

Lunga vita all’altruismo

Le curve dei costi spesso spiegano come una tecnologia vista solo nei film di fantascienza sia arrivata nella vita reale. È nel momento in cui la scala dei costi comincia a ridursi, facendo aumentare simultaneamente l’efficienza, che l’innovazione può finalmente diventare dirompente. In effetti, la legge di Moore – o una sua lieve variante – sembra essere applicabile tanto ai microchip quanto al sequenziamento dei genomi: il primo sta raggiungendo lentamente la fine della curva, mentre il secondo è solo all’inizio. E le rinnovabili? Dipende, ma nell’attuale fase si trovano in qualche punto nel mezzo.

Ai loro esordi, le fonti di energia rinnovabile hanno dovuto servirsi di scorciatoie per farsi strada, spesso grazie al supporto dei governi: finanziamenti diretti, priorità nella rete di distribuzione, regime fiscale favorevole, controllo dei prezzi. Agli occhi del pubblico e della politica, le tecnologie verdi e i sussidi statali erano parte di un nodo impossibile da sciogliere. Tuttavia, negli ultimi dieci anni (e decisamente in linea con i postulati di Moore) la relazione inestricabile tra i due ha iniziato a slegarsi. In effetti, in molti casi le rinnovabili hanno già raggiunto la parità di costi, diventando persino più competitive in termini di costi rispetto ai loro vecchi nemici: il carbone, il petrolio e il gas naturale.

Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), in media la bioenergia, il geotermico, l’idrico e l’eolico sono altrettanto o persino più efficienti in termini di costi del combustibile fossile più economico – anche senza alcun supporto finanziario. Anche gli impianti fotovoltaici solari (PV) sono riusciti a rientrare nella fascia di costi della produzione di elettricità da combustibili fossili1; e se l’energia solare a concentrazione (CSP) e i parchi eolici offshore si posizionano ancora in prossimità del limite superiore dell’intervallo, il loro profilo economico è migliorato significativamente negli anni 2010: solo nel 2018, i costi medi dell’energia solare a concentrazione sono diminuiti del 26%, seguiti da quelli della bioenergia (-14%), del fotovoltaico solare e dell’eolico onshore (entrambi -13%). Le previsioni indicano un calo ancora più significativo dei costi per la maggior parte delle categorie nei prossimi anni, specialmente nelle aree dell’eolico e del solare. Questa prospettiva è supportata dai balzi in avanti compiuti dalle tecnologie esistenti – come insegna la legge di Moore – compreso l’impiego di turbine e moduli solari più efficienti.

Soffermiamoci ora sul petrolio. Nei primi mesi dell’anno, i prezzi del greggio hanno subito un crollo tale da far apparire come un non-evento l’ondata di vendite che ha travolto i mercati azionari. I prezzi sono scesi da 70 Dollari a livelli inferiori ai 20 Dollari al barile, e ad un certo punto il WTI è persino entrato in territorio negativo. La domanda è: se non nel 2020, quando? Abbiamo già esaminato la contrazione della domanda di petrolio causata dalle ripercussioni economiche della pandemia. L’attuale contesto potrebbe continuare a pesare sul petrolio per i prossimi 6-12 mesi, e i prezzi dovrebbero mantenersi fra i 40 e i 50 Dollari al barile.2  A questo punto occorre chiedersi come il range di costi precedentemente citato per i combustibili fossili possa apparire oggi, e la risposta sintetica è: probabilmente non così diverso. Il petrolio rappresenta solamente il 3% - 4% circa del settore dell’energia elettrica globale, ed è quindi improbabile che possa determinare una correzione significativa dei livelli di prezzo generali. Si potrebbe però registrare un certo impatto a breve termine legato al gas naturale, un prodotto secondario della produzione di petrolio che rappresenta circa il 25% della fornitura globale di energia elettrica. Tuttavia, i calcoli dei costi citati prendono in considerazione l’intero ciclo di vita dell’asset sottostante, cioè oltre 15 anni, ed è quindi improbabile che possano essere modificati significativamente da episodi momentanei di volatilità dei prezzi. Inoltre, i governi che hanno assunto l’impegno strategico di dismettere alcune industrie altamente inquinanti hanno adottato una prospettiva di lungo termine e non modificheranno valide politiche energetiche in base a dinamiche impulsive. 

Questa analisi dei costi ha senza dubbio dei limiti; pur tenendo conto dei sussidi ai fini del raffronto del costo per Watt, la struttura sottostante non opera alcuna distinzione tra le regioni ed esclude le applicazioni a fini residenziali, che tendono a registrare un ritardo rispetto a quelle associate ai servizi di pubblica utilità. Tuttavia, è ormai evidente che in molti casi la scelta “green” non è più filantropica, ma semplicemente quella più intelligente da un punto di vista economico.

Ciò detto, la considerazione delle implicazioni indirette del finanziare gli impianti di energia rinnovabile rispetto alle centrali a combustibili fossili fa rientrare nel quadro generale di valutazione anche l’impatto sociale. I vantaggi economici e sociali della riduzione dell’inquinamento atmosferico o dei danni causati all’ambiente sono impossibili da quantificare con precisione. Sappiamo tuttavia che esistono e che sono significativi. Secondo alcune stime, i costi sanitari globali legati all’inquinamento atmosferico causato dal solo uso dei combustibili fossili ammontano a circa 2.300 miliardi di Dollari, il che rafforza ulteriormente le motivazioni a favore della riallocazione degli asset a favore di alternative più pulite.3  Alla luce di tutto questo, come stanno reagendo i governi?

L’Europa è un passo avanti

A dicembre 2019, la Commissione Europea ha annunciato il Green Deal europeo, un piano ambizioso per fare dell’Europa un continente a impatto zero sul clima entro il 2050. Per raggiungere tale neutralità climatica, la Commissione ha annunciato che eleverà i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030 al 50-55% rispetto ai livelli del 1990. I legislatori hanno stimato che il solo raggiungimento dell’obiettivo per il 2030 richiederà un investimento annuale aggiuntivo di circa 260 miliardi di Euro, pari all’1,5% del PIL del 2018, e sarà coperto da fondi sia pubblici che privati. La pubblicazione iniziale che definiva la tabella di marcia per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica netta si intitolava “Trasformare una sfida pressante in un’opportunità unica”.4  Questo prima della pandemia di COVID-19.

Oggi la sfida è duplice. Come abbiamo già spiegato inizialmente, l’opportunità è più concreta che mai, ma la sfida è diventata ancora più complessa. La Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e il suo staff dovranno ora guidare i paesi dell’UE attraverso una crisi economica, cercando nel contempo di evitare quella successiva. Tuttavia, siamo anche fiduciosi che i capi di Stato e di governo, una volta assunto l’impegno, non stravolgano completamente la loro agenda politica. In effetti, a marzo la Commissione ha compiuto un passo ulteriore con l’avvio del processo di integrazione del Green Deal nella legislazione dell’UE, proponendo una struttura che consenta di raggiungere la neutralità climatica e modificando la normativa davanti al Parlamento e al Consiglio europei. Inoltre, alla fine di maggio di quest’anno, la Commissione ha annunciato il proprio piano per la futura ripresa, facendo del Green Deal europeo la pietra angolare della sua proposta. Con il nuovo strumento per la ripresa “Next Generation EU” da 750 miliardi, Ursula von der Leyen mira a sfruttare la forza economica della trasformazione verde e digitale del continente per imprimere slancio all’occupazione e alla crescita.5  Dopotutto, il solo settore delle energie rinnovabili ha creato 1,5 milioni di posti di lavoro a livello globale nel 2017, e si stima che ogni euro speso nelle rinnovabili abbia un effetto moltiplicatore positivo, traducendosi in 0,8 Euro di PIL aggiuntivo.

È ragionevole supporre che i tassi di adozione in alcune aree su cui si focalizza il Green Deal europeo possano registrare un ritardo a causa del nuovo contesto operativo; tuttavia, ci sono alcuni investimenti indispensabili che sono probabilmente isolati dalla “nuova normalità” e che rimarranno un elemento fisso della ripresa. Goldman Sachs Global Investment Research (GIR) raggruppa questi investimenti in tre categorie principali: rinnovabili, reti elettriche e stoccaggio (Grafico sotto6). Questi tre pilastri sono sostenuti principalmente dagli investimenti privati (sono richiesti sussidi minimi se non nulli) e da un profilo economico interessante. Secondo GIR, escludendo tutte le altre aree dell’agenda politica, gli investimenti in questi settori dovrebbero raggiungere i 2.600 miliardi di Euro entro il 2050, pari a circa 80 miliardi di Euro all’anno. Questi investimenti saranno effettuati in gran parte dalle utilities ma, a nostro avviso, anche altri segmenti della catena del valore climatico potrebbero beneficiare di una crescita elevata degli utili, poiché l’intero ecosistema dovrà essere ricalibrato per raggiungere la neutralità climatica.

L’UE e i suoi Stati membri sono chiaramente in prima linea per quanto riguarda la pianificazione di una ripresa rispettosa del clima. Ora la speranza è che altre regioni ne seguano l’esempio, puntando su un domani più verde per sostenere un’accelerazione della ripresa economica.

RIEMERGERE DALL’ABISSO ECONOMICO – GLI INVESTIMENTI PREVISTI DAL GREEN DEAL EUROPEO

Riemergere dall'abisso economico – Gli investimenti previsti dal Green Deal europeo

Fonte: Goldman Sachs Asset Management. A soli fini illustrativi.

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